Mario Lodi: il paese sbagliato

Mario Lodi racconta la propria esperienza di maestro, la sua testimonianza può fornire suggerimenti ai maestri di oggi che si trovano a vivere una scuola con tanti problemi...

Il paese sbagliatoIl paese sbagliato, sottotitolato “diario di un’esperienza didattica” è stato pubblicato, per la prima volta, nel 1970. Il testo mette a nudo le deficienze di una scuola vecchia e inadeguata, e può fornire validi suggerimenti ai maestri di oggi che si trovano a vivere una scuola con tanti problemi.

Mario Lodi inizia il racconto della sua storia dai primi anni dopo la guerra allorché il mondo civile assunse l’impegno di costruire un’Italia diversa, un’Italia che aveva riconquistato un bene prezioso: la libertà. Dopo gli anni della tirannide fascista si doveva introdurre la libertà nella scuola e avviare la società alla riscoperta dei valori che non aveva mai praticato: l’ideale fascista di “credere, obbedire e combattere” veniva sostituito dalla volontà di dare un senso morale alle nostre azioni. Gli anni dal 1945 al ‘48 furono ferventi di ricerca e di scelte: ci furono le elezioni dei comuni e delle province, c’era da decidere la forma di governo tra la monarchia e la repubblica e c’era poi l’avvio alla scrittura di una nuova legge da parte dei parlamentari della Costituente: la Costituzione.

In quei tre anni ci fu un grande travaglio tra i maestri laici che si sentivano impreparati di fronte al compito che li attendeva: dovevano cambiare una società intera, insegnare valori come la libertà e la democrazia e dare un senso morale ai compiti della scuola. Ci fu allora una intuizione tra quei giovani che dovevano attuare i valori della Costituzione: pensarono che fosse importante unirsi per un fine comune, cioè i deboli, i poveri dovevano unirsi per sopravvivere. E il gruppo dei maestri si unì: nacque una Associazione, basata sull’attivismo e sulla pedagogia popolare, la quale nominò come presidente Pino Tamagnini.

Tamagnini fece una proposta: studiare insieme come realizzare una società giusta secondo i principi della morale cattolica e della morale civile. Fu questa la carta vincente . All’inizio al Convegno di San Marino l’Associazione contava 130 persone, poi arrivò a 7000 aderenti, sempre una minoranza rispetto ai 220 mila maestri quanto era il totale dei docenti, ma quel gruppo credeva in qualcosa: nella capacità di risvegliare le coscienze, mettendo dentro al corpo pigro della scuola italiana la voglia di agire, cioè i principi dell’attivismo pedagogico. Il presidente Tamagnini scoprì in Francia la tecnica di Freinet, la fece conoscere e i maestri capirono l’importanza di quella scoperta: con la stampa i bambini potevano parlare, documentarsi, confrontarsi, discutere di tutti i problemi; attraverso la libertà espressiva veniva dato spazio alla creatività, venivano realizzati processi circolari di apprendimento- insegnamento capaci di produrre nei bambini la crescita globale, affettiva e cognitiva e sociale. Comunicare e discutere: questo era il senso della libertà. Nasceva la pedagogia popolare, quel movimento che Lodi e altri portarono avanti cercando di rispondere alle importanti domande che si ponevano a quel tempo in campo educativo.

Passarono gli anni, il gruppo fu riconosciuto e seguito dalle menti pensanti dell’epoca: anche se i maestri lavoravano per intuizione, senza basi psicopedagogiche o conoscenza scientifica, avevano compreso che il bambino fin da piccolo produce cultura. Una cultura fatta dall’esperienza che il bambino acquisisce giocando: il bambino gioca, crea e impara, realizzando la pratica dell’uomo libero.

Nell’estate del 1966 Lodi si recò a Barbiana dove viveva un prete “originale”, che seguiva un metodo innovativo e che si distinguevano dagli altri per un impegno particolare. Era  Don Lorenzo Milani, un pittore, che aveva decorato delle chiese, poi aveva abbandonato quest’arte per un’ arte diversa: l’educazione. Da questo incontro Mario Lodi matura l’idea del record personale. Alcuni suoi alunni ad un certo punto rifiutavano di fare le gare perchè avevano prestazioni scarse e sapevano già in partenza che loro non avrebbero vinto. Nacque allora il principio secondo cui vinceva chi avesse aumentato il proprio record personale, anche se era inferiore al record massimo conseguito da altri ragazzi. Vinceva chi progrediva, non contava il valore assoluto ma il progresso fatto dall’individuo. Quindi la vittoria era il superamento dei propri limiti.mario lodi 2I cardini della scuola di Mario Lodi sono:

- la collaborazione: le recenti scoperte psicopedagogiche hanno dimostrato quanto sia improduttiva la scuola trasmissiva, la scuola dell’autoritarismo e del nozionismo : il travaso di nozioni nella mente del bambino non ha dato frutti sperati e il sapere si dissolve rapidamente lasciando un vuoto incolmabile; ormai da un decennio l’attenzione è centrata sulla testa pensante e sulla personalità di ciascuno. Anche il contesto di vita incide nello sviluppo dell’infanzia così come sembra determinante il contesto scolastico, il gruppo degli alunni: la scuola competitiva deve lasciare posto ad una scuola nuova basata sulla collaborazione 

- l’integrazione: integrazione non solo per gli immigrati, ma integrazione e cooperazione con ogni persona in base al principio che ciascuno è diverso; occorre superare la visione soggettiva nei confronti di tutti coloro che sentiamo diversi da noi. Superare l’antipatia nei confronti di chi è diverso da noi, accettare la differenza e la particolarità di ciascuno: occorre superare le barriere psicologiche ed accettare l’originalità dell’altro.

- la conoscenza e la ragione: è importante il tempo scuola, che sia ricco e produttivo, ma consideriamo anche le attività extrascolastiche utili per la formazione e la conoscenza

- la seduzione: i bambini di oggi sono alle prese con strumenti conoscitivi sempre più sofisticati e complessi. Se però è aumentato il bagaglio di informazioni e quindi il possesso di un maggior sviluppo cognitivo, dall’altro si verifica una maggiore debolezza affettiva e i bambini di oggi appaiono emotivamente e affettivamente più fragili

La televisione è una grande invenzione dell’uomo però è entrata nella nostre case stravolgendo le nostre abitudini .

Sviluppando la ragione e il senso critico siamo capaci di resistere alla seduzione del mondo di oggi. I bambini stanno fermi, ma non leggono, si spengono davanti a questo oggetto. Bisogna far capire ai bambini che esiste una differenza fra l’interazione con la televisione e quella con gli esseri umani, che il linguaggio che noi usiamo per comprenderci, per comunicare, è diverso da quello del piccolo schermo, che la televisione è un mezzo che parla ma al quale loro non possono rispondere. 

mario-lodi_E’ la famosa televisione baby sitter, che sostituisce la presenza dell’adulto. E ha un potere ipnotico: è dimostrato anche scientificamente, i bambini ingrassano davanti al televisore non tanto perchè mangiano patatine ma perché il loro metabolismo rallenta. L’importante è che i bambini non diventino videodipendenti, che abbiano la possibilità di scegliere fin da piccoli. I genitori dovrebbero discutere insieme a loro, spiegando il perché delle cose, perché i bambini non hanno ancora la capacità di capire le motivazioni degli adulti. Davanti a quella scatola che manda immagini restano incantati, per loro è solo un giocattolo meraviglioso.

Redazione

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avatar Articolo scritto da Redazione il 28/01/2016
Categoria/e: Approfondimenti, Primo Piano, Rubriche.



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